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ETTORE SORDINI
Ettore Sordini nasce a Milano nel 1934. Sono proprio gli anni milanesi che segnano in maniera indelebile la sua formazione, a partire dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Conosce Roberto Crippa, Cesare Peverelli, Lucio Fontana e ne diviene amico, collaboratore e discepolo. Frequentando l’atelier di Cesare Peverelli, “quei brividi del pennello rimarranno per sempre nel bagaglio della sua arte”, come scrive, dalle colonne del Corriere della Sera, Giorgio Cortenova, con l’articolo intitolato “Un milanese fra i miti del ‘900” (28 febbraio 2010). Artista precoce, esordisce in una Milano scossa da fremiti di grande vitalità creativa: dopo l’esperienza futurista, era nato un coacervo di artisti le cui idee originali risentivano favorevolmente dell’insegnamento e del fascino di Lucio Fontana, tornato nel 1947 dall’Argentina. In questo periodo Sordini sviluppa una pittura parasurreale vicina a quella coeva di Piero Manzoni, del quale è profondo conoscitore e sicuro esperto grazie anche agli anni di amicizia vissuti con Manzoni a Milano. Sempre con Manzoni e con Giuseppe Zecca e Camillo Corvi Mora nel dicembre del 1956 stila il manifesto “Per la scoperta di una zona di immagini”, che auspica il raggiungimento di una pittura che attui la totale coincidenza fra mitologia personale e mitologia universale. E’ solo il primo di una significativa serie di manifesti, tra cui ricordiamo: “L’arte non è vera creazione” e “Oggi il concetto di quadro” (con Piero Manzoni e Angelo Verga); “Per una pittura organica” (firmato anche da Guido Biasi e Mario Colucci); il “Manifesto dell’arte interplanetaria” (con Enrico Baj, Lucio Del Pezzo, Farfa ed altri), che risente tanto dello spazialismo di Fontana quanto dell’utopia positivistica. La pittura di Sordini decanta progressivamente il valore materico e si rarefà sempre di più in un segno esile e scarno, primario ma sinuoso; è per una cromia tenue e delicata, quasi impalpabile. Già nelle prime opere traspare, infatti, una sensibilità matura attraverso un grafismo del tutto originale e personalissimo. Sono immagini segniche intimamente complesse che trovano respiro nel campo incontaminato, libero della superficie. Sordini si avvale di una tecnica tutta grafica per costituire sulla tela, campita di un solo tono, tracce rade e sottili di colore che rimandano a memorie di immagini antropoidi filamentose, così da arrivare al segno già attraverso un processo di azzeramento di una matericità di origine esistenziale come conquista di libertà lirica. Nel 1962, gli ex Nuclearisti Sordini e Verga con gli ex Naturalisti Agostino Ferrari e Arturo Vermi, ma anche con Ugo La Pietra e il poeta Alberto Lùcia come teorico, danno vita al gruppo Il Cenobio: tentativo estremo di opporsi sia alle tendenze nichilistiche e ipercritiche nei confronti della pittura e sia all’incipiente invasione della cultura artistica americana che con il successo della Pop Art segna la fine del microclima milanese legato alle avanguardie europee. Il gruppo di artisti del Cenobio espone nel 1962 nella Galleria il Cenobio di Milano una serie di mostre personali e, collettivamente, l’anno successivo si avvicendano le mostre alla Saletta del Premio del Fiorino a Firenze e alla Galleria L’Indice di Milano, nel 1964 la volta della Galleria Cavallino di Venezia a cui fanno seguito numerose altre occasioni. Mostre dedicate agli artisti del Cenobio sono state molto dopo realizzate tanto da Bruno Passamani a Brescia nel 1981 ad AAB (Museo Laboratorio di Arti Visive) quanto da Angela Vettese nel 1989 con la mostra “Milano et mitologia” (incentrata su anni cruciali della ricerca artistica milanese tra 1958 e 1964) e poi con “Un percorso, ricerca e ipotesi 1959-1994: Il Gruppo Del Cenobio” nel 1994 a Palazzo Martinengo a Brescia e nel 1995 alla Galleria Peccolo di Livorno. L’orientamento verso il segno, del resto, aveva già contraddistinto in Italia gli esperimenti di quel gruppo romano in cui emergevano Capogrossi, Sanfilippo, Accardi, Novelli, Perilli, Tancredi Parmeggiani, Twombly. Ancora una volta è Sordini a fare da ponte tra le due situazioni, quella milanese e quella romana, dove si trasferisce dopo lo scioglimento del Cenobio. Nel 1966 partecipa alla Biennale di Venezia dove espone una serie di opere di preminente carattere grafico e monocromo. Per Sordini la geometria diviene sempre più perno di un’emozionalità tanto intensa quanto trattenuta, fino a farsi realmente tridimensionale gioco di spazi. A Roma accanto alle numerose mostre personali (in particolare alla Galleria l’Oca, alla Galleria Romero e alla Galleria La Salita) partecipa anche alle grandi rassegne nazionali quali “Linee della ricerca artistica italiana”, allestita nel Palazzo delle Esposizioni del 1981 e la Quadriennale di Roma del 1986. Dall’inizio degli anni Sessanta, Sordini approfondisce l’uso del colore e vincola il segno in più stringenti strutturazioni geometriche. “Sulle tele di Sordini”, scrive Fulvio Abbate nel gennaio del 2010, “sembra, infatti, appalesarsi l’attimo di quando le cose non sono ancora tali, quando le cose iniziano a esistere”. Muore a Fossombrone nel 2012. Tra le più recenti mostre ricordiamo “Fontana, Manzoni and the Avant-garde” presso la Brun Fine Arts di Londra. Recenti le retrospettive, “Ettore Sordini. Opere anni ’60-70” presso il Centro per l’Arte Contemporanea di Taranto e “Gli anni della vita agra, presso Le Clarisse di Grosseto. E’ in preparazione, il Catalogo Ragionato delle opere dell’artista.



+ 01 SENZA TITOLO, 1960, tecnica mista su carta, cm 35,5x50
+ 02 SENZA TITOLO, 1961, tecnica mista su tela, cm 40x30
+ 03 EGGREGORES, 1936, olio e grafite su tela, cm 100x150
+ 04 SENZA TITOLO, anni '60, tecnica mista su carta intelata, cm 47x68
+ 05 SENZA TITOLO, anni '60, crayon e tecnica mista su carta, cm 46,5x61,5

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